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( domenica, aprile 19, 2009; 20:49 )
- sei ridicola, ridicola, ridi! E ride. - non è vero, mi ferisci, sono solo incompresa - sei una pagliaccia, in realtà fai schifo e non sai fare niente. Forse saresti buona sai per cosa? Per un artista di strada. Si, ti ci vedo, sotto la pioggia persino. Lui che ti dipinge. Tu hai il tuo naso rosso finto, la cera colata, il nero negli occhi e non fai ridere nessuno, solo te stessa e quella tua aria da cane bastonato, mi verrebbe voglia di sputarti in faccia ma sarebbe anche troppo per te. - Io ti amo - Tu non sai neanche amare, neanche odiare, non sai neanche essere, sto sprecando il mio fiato. - E allora uccidimi. - Basta, ti prego, con queste parole, sulla tua bocca stonano, non sei una sfottuta protagonista di un romanzetto drammatico. - Ho sempre creduto che un giorno… - Sparati! Non parlare! Grida, urla e le impreca in faccia sputandole la rabbia negli occhi. Lei non piange, rimane ritta con la testa dondolante, non la guarda, sembra un fantoccio imbruttito. - basta ti prego, non dirmi più nulla, abbracciami, ti prego. Le sue parole sono come burro, e la sua voce è sbiadita dal fragore della pioggia. A queste parole piange lei, si accovaccia a terra, l’orlo della gonna viene risucchiato da una pozzanghera. - la tua voce è così fastidiosa.. parla alla gonna, la guarda diventare più scura, persino più pesante. Si accovaccia anche lei, ora la guarda. - ti amo - basta! Rialza quel viso paonazzo e le da una spinta. Due mani tremanti sulle sue spalle e la spinge all’indietro con rabbia. Lei cade all’indietro, di culo sull’asfalto, come un insetto, le gambe a stecco che si alzano e un anfibio che prende la rincorsa ma rimane a stento sul suo piede. Si rialza, si rimette accovacciata con le mani fangose. - mi fa male vederti piangere, non devi, il pianto ti sta male, sta meglio a me, me l’hai sempre detto. Andiamo via, andiamo a casa, ti dimenticherai del mio essere così, se vorrai mi allontanerò, ma tu alzati. - No, rimango qui, vattene! Anzi, rimani – la voce rallenta – voglio vederti – si ferma, ma non la guarda, ha un respiro strano. Voglio ricordarmi il tuo viso e come mi sento ora, voglio ricordarmi questo momento come la scena di un film. Non voglio rifare quest’errore, voglio cancellarti come la pioggia con… vaffanculo, hai capito. Voglio dimenticarti. - Dobbiamo darci occasioni, vita, speranza; dobbiamo crederci, almeno noi, non possiamo arrenderci, non riusciamo a reggerci da sole, ci meritiamo felicità. Le sorride. Ci crede, le sue stesse parole sono una sicurezza, tutto è perso ma questo no. - Niente, non capisci, non hai mai capito, per questo sei così, sei vuota, anche se credi di avere troppo da strabordare, sei nulla, se non peggiore di altri. Ci siamo fatte male, non ha più senso nulla. Come un senso di vuoto le fa girare la testa. Si chiede com’è possibile, se è reale quello che le sta dicendo, la guarda con gli occhi sgranati, con saltello ridicolo indietreggia di un passo. Le sembra estranea quella donna con la gonna inzuppata di pozzanghera e tutta quella rabbia. Com’era potuto accadere? - ah non dici più nulla? Alza la testa, la vede più lontana, raccoglie nel suo volto quell’espressione stranita, come chi sa di aver dimenticato qualcosa ma non sa cosa. Inizia ad avere paura anche lei. Si chiede se davvero è tutto perso, se occasioni, vita, speranza non siano più nulla. - dì qualcosa. Le intima. Quel silenzio uccide. L’ha definitivamente ferita? È riuscita nell’intento ora, invece che con quei tanti insulti? Ha paura, l’ha cacciata, non ci crede. Fa cadere le ginocchia nella pozza con la gonna. Non sa più respirare. Lei rimane in silenzio e non le risponde, non la guarda e non balla sulla suola inchiodata. Non ha più parole e sente di sparire. È come se morisse su quel marciapiede, fantasma dentro, dentro infondo, nel cuore. - di qualcosa! Le ripete con un grido, la riprende, con le stesse braccia che l’avevano spinta via. - mi devi il tuo pensiero, me lo devi, e la tua voce! Cazzo dimmi! Cosa vuoi da me? Lasciami! Lei alza la testa, sembra proprio stia per dirle finalmente qualcosa. - mi stai tenendo tu. Lei la guarda, stupita, guarda le braccia che la tengono. Appare tutto ridicolo, quell’affermazione, la pioggia, la fanghiglia, le loro voci, i passanti che le guardano chissà da quanto. Potrebbe venirle un attacco di panico ora, tremare, iperventilare e svenire. Ma si aggrappa di più a lei. - si ti tengo, non posso fare altro, ti tengo con me per sempre. Tienimi anche tu, anche se sono idiota, anche se non ti merito, anche se tu sei immensa e io mi sento nulla troppe volte. Mi ami? Ha gli occhi luccicanti, e la guarda piena di speranza e paura. - non posso fare altro. - Ti amo. È così che la prima volta glielo disse, prima di un attacco di panico, sotto la pioggia e con la rabbia e la paura in corpo, glielo disse tremando, glielo disse davanti a dei passanti un po’ scioccati e un po’ commossi. Ma glielo disse ed era vero.
EnalayaDeNoir; ; commenti (3)? ![]() ( sabato, marzo 28, 2009; 01:04 )
avevo sette anni. mia madre era appena morta. e guardando il tg, che mostrava il funerale di qualcuno di famoso, mi rivolsi a mio padre e gli chiesi: perché non fanno vedere la mamma in tv? . . c'era già, nella mia innocenza puerile, la crudeltà del mio egocentrismo tragico. non credo d'essere mai cambiata da allora. forse la sola differenza è che ora sono diventata più scaltra. eppure quella bambina mi fa ancora enorme tenerezza, e devo dire che spesso, persino mi commuove. ma questa è demagogia, non credete? EnalayaDeNoir; ; commenti (5)? ![]() ( lunedì, marzo 16, 2009; 19:03 )
[ una giornata come tante, buttata a smaltire la sbornia, allontanare quel gusto, la nausea, il puzzo di alcool trasudato e i ricordi frammentati di un’altra notte nel baratro ] Quando esco di casa mi trovo un muro di sole ad aspettarmi, come un pugno, dritto in faccia. Devo fermarmi, misurare i miei passi, incollarmi le membra e i pensieri per rimettermi in cammino. Tengo la testa bassa, riciclo i miei ricci come parasole per i miei occhi, ogni raggio mi ferisce. Continuo a camminare, vivo di scarpe, mi divincolo da esse come un acrobata lento, molto lento. Vado a rilento, sembro non riuscire ad avanzare come in quegli incubi faticosi. Accenno di alzare la faccia per vedere il semaforo, rosso, come saranno i miei occhi. Penso che sarebbe stato il caso di portarmi gli occhiali da sole come facevo anni indietro, quando ancora conoscevo le regole del gioco, il come morire. Ma non è il momento di fermarsi a pensare, è diventato verde. Dimentico la mia meta nel tragitto, forse stordita dalla luce, non ricordavo proprio che il sole del meriggio fosse così forte, così crudele, vorrei chiudermi come cartapesta, avvolgermi di riflessi di me. Oltre alle scarpe inizio a vedere cappotti. Quello che percepisco non è da cappotto, piuttosto da infradito e bermuda. È il tasso alcolico che mi fa ribollire il sangue, provo un caldo sproporzionato, di quei caldi innaturali e insani, di quelli che mi vorrei strappare la pelle di dosso per darmi un po’di frescura. Decido di non pensarci, anzi, di buttarmi ancora più a terra. Rovisto nella borsetta, noto solo ora che una spallina sta per rompersi, devo ricucirla, ma non lo farò. Mi si infila il tabacco sotto le unghie, sento l’umidiccio di una gomma appiccicata sul fondo, cerco ancora, finalmente trovo un pacchetto soft malmesso, lo tocco fino a sfilare una sigaretta, è molle e probabilmente vuota in alcune parti, ma la prendo lo stesso. Me la infilo tra le labbra, secche, avranno quel colore livido che mi dona tanto, in quelle giornate l’unica cosa che mi salva è l’aspetto sfatto che mi fa tanto puttana triste, affascinante. L’accendo, brucia in fretta perché è solo carta, poi arriva il tabacco, una sensazione che mi arriva alla bocca dello stomaco e poi va giù all’intestino e sento il bisogno di defecare. Merda. È il caso di dirlo. Ma continuo a fumare, passerà, passa sempre. E poi qui non ci sono cessi, devo solo continuare a camminare, con la testa bassa, un piede dopo l’altro, tenendomi addosso la giacca per non far sospettare, infilando anche una gomma tra i denti per non far muovere le mascelle in vano. Va tutto bene, continuo a ripetermelo o forse non sono più nemmeno io a farlo, è una vocina dentro me, una cantilena, una che conosco ma che non ho mai riconosciuto. Vedo in lontananza il ciottolato, la brezza più fresca. Il lago. Lo vedo lì, sembra stanco come me, tranne qualche onda a dirci che è ancora vivo, ancora partecipe. Allora mi do l’ultima spinta, devo dondolare in maniera abbastanza goffa con gli anfibi, probabilmente mi si sono create delle bolle sui palmi, passeranno anche quelle, passa tutto. Dunque il ciottolato, che mi fa risentire la sensazione di dolore, si quella ai piedi, e mi sento un po’cristo in via crucis, tanto per una citazione colta. Procedo oltre un gruppo di turisti, non badano a me, badano ad un gruppo di cigni, uno cammina sulla strada, un suicida o un impavido non saprei. Ma lo spettacolo migliore non sono io e per una volta non mi dispiace. Ritrovo il mio angolo, il mio tappeto di verde. O almeno lo era una volta, verde. Ora quel colore è rimasto solo sulla parte iniziale di quel piccolo terreno, il cestino della spazzatura straborda di robaccia che emette un fetore solo simile a quello che chiudo sotto la giacca, i due gradini che portano all’altro pezzo di terreno sono rimasti intatti e non comprendo il mio stupore, poi l’erba non è più erba e il colore non è quello, è rimasto terriccio da calpestio e un cerchio quasi perfetto di mozziconi di sigarette, proprio sotto una delle mie panchine, che hanno cambiato posto e sono messe alla rinfusa. L’albero è quasi uguale. Ancora con i rami larghi e piatti, ancora così distorto e dinoccoluto, ancora accogliente, il tanto da far capire che molti altri hanno avuto quell’impressione. Hanno abusato anche di lui, e sorrido, come una rincoglionita. Mi metto giù, mi stendo sul terriccio, vicino ai cadaveri di sigarette, vicino alle radici del mio albero mal concio, con le onde vitali del mio lago. Il sole è ancora cattivo con me, mi piazzo la borsa sulla faccia. Cerco di non respirare, voglio tentare di dormire, ho troppo caldo e i ricordi della notte si appiccicano troppo opprimenti sulla mia pelle. Eppure la notte è passata, come passa tutto. Ho il respiro che mi manca un po’, forse ancora per i pensieri, che mi portano lontano ma non abbastanza. Penso alla mia vita, al cestino della spazzatura che straborda, li lego con un filo trasparente, di quelli da pesca, di quelli da assassino seriale e poi mi rilasso. La vita! perché io lo so, come lo sanno in tanti, che anche lei, la vita, come tutto, passerà, come passa tutto, e passa sempre. Almeno quello.
EnalayaDeNoir; ; commenti (4)? ![]() ( giovedì, dicembre 04, 2008; 18:10 )
Ho un salotto di quelli altolocati, di quelli che sanno di ambipur ma comprato in boutique.
Il mio divano è grigio, di velluto, ma non quel velluto sfatto solitamente verde, con i bottoni e la tela stropicciata. No, il mio divano è comodo e elegante allo stesso tempo, ci si affonda ma si tiene il viso ancora ben alto, tenendo ben in equilibrio la puzza del proprio culo con la puzza sotto al naso. Davanti c’è piazzato un tavolino di vetro di design, ha le gambe storte di marmo bianco all’interno e di ebano lucido all’esterno. Sotto al tavolino riviste di giardinaggio e qualche Vogue.
La facciata est dell’appartamento al dodicesimo piano è coperta da tutta la vetrata, che permette di respirare la luce del sole nascente e di sporcarsi d’aria lacustre.
Questa è l’atmosfera giusta per piste innevate di gran classe e scopate con mascherine di seta nera e manette di cristallo, tutto irrorato da Champagne, perché non siamo originali.
Ma in una giornata d’estate torrida con la vetrata barricata e il tavolino di vetro appannato dai circoli Giottiani dei calici, io viaggiavo avanti e indietro dalla porta all’altra porta come un topolino in gabbia. E ci somigliavamo anche, tutti bianchi entrambi, con gli occhi rossi e brutti, malaticci e disperati, coscienti del dramma, ma non ancora arresi.
Quindi mi spogliavo dei miei vestiti per rimanere solo con la mia pelliccia di carne esangue e inziai a cantare. Come canta Giuda, non come la Madonna, come Giuda. Mi divertivo, a seguire la lama di vetro del tavolino con il dito, ci lasciavo le impronte sadicamente, senza curarmi della visita prossima della grassa e minutina donna del sud che sarebbe venuta a pulirmi la tana dalle feci mie e dei miei colleghi di baldorie.
Ma sto divagando. Il punto della situazione sta nello squallore solitario in cui mi ero immersa, e non avevo neanche voglia di uscire e agghindarmi di robe per affrontare la città e farmi psicanalizzare dalla bionda con la montatura degli occhiali sempre abbinata al capo indossato. La parola al momento mi era negata, e riuscivo ad esprimermi solo in gorgheggi stonati e sbiascicati. Non era certo il caso di melodiare in uno studio!
Allora, dopo aver sporcato di più e aver perso la voce in note distratte, mi chiedevo cosa potessi fare per riempire quel pomeriggio inoltrato e allora mi alzai nuovamente dal costoso divano per aggirarmi ad aprire gli armadi e a ricercare tra le cianfrusaglie un qualche ricordo che potesse riempirmi. Etichette e giornali, libri e piatti, bicchieri e cuori, cassette e orologi ( tutti gli orologi regalatomi in troppe ere, e sempre lì accantonati per la mia incapacità di sopportare il ticchettìo o come ha analizzato la bionda, lo scorrere inesorabile del tempo ) e poi la cassetta degli attrezzi e poi la farmacia. Che scienza bislacca la farmacia mi dicevo, curarsi per ammalarsi di altre imbarazzanti malattie, ma forse non era poi così male, per quel tempo, darsi un po’al divertimento avvelenandosi il fegato con quella droga legale. Così scavai tra le bottigliette, le pomatine, le cremine e le pastigliette.
Era abbastanza banale che io mi soffermassi sui sonniferi. Ricordavo vagamente lo sballo di gioventù di quelle stelline bianche e mi ricordavo anche bene quanto mi sentivo bene in quell’artificio sottile. E allora visto che ero un’inguaribile malinconica, una di quelle donne alla ricerca costante dell’ebrezza d’infanzia mi convinsi che sarebbe stato un perfetto passatempo.
Lessi il bugiardino ( che nome, pensate! ) e inziai ad una ad una a buttare giù le mie stelline come uva passa. Che brividi, finalmente, quella linea sottile su cui stavo viaggiando, come su lame di rasoi, mi davano quella sensazione orgasmatica negata a molti. Il sentirmi privilegiata era una mia costante, ma, mancava sempre qualcosa. Aprii una bottiglia, credo fosse vino bianco, era gelido, veniva dal frigo. Sentivo distintamente quel liquido freddo poi caldo, guardavo languidamente il mio stomaco in preda a una polka chimica, lo vedevo scoppiettare in fuochi d’artificio bellissimi e poi aquietarsi, aquietarmi. Dopodiché sentii la stanchezza, ma non solo una stanchezza fisica, ma una mentale, spirituale, non riuscivo a mettere in riga un pensiero, solo il mio respiro e il mio battito cardiaco erano regolari, bassi, scontenti, ma regolari e perfetti. Mi dava noia, erano come orologi. Ma mi rassegnai.
Dalla rassegnazione passai quindi ad una calma gentile, che distese tutte le rughe e i miei nervi, come una pialla, e mi portò come un signore distinto, ad un sonno di bambina.
Sognai di essere in un appartamento al dodicesimo piano, con una grande vetrata che dava a est e che specchiava la rinascita del sole e la brezza lacustre.
Guardavo il tavolino di design e il divano chiaro e inziai a camminare avanti e indietro da una parte e dall’altra alla ricerca di qualcosa che potesse riempire quel tardo pomeriggio…
![]() Non c'è fuga.
EnalayaDeNoir; ; commenti (6)? ![]() ( martedì, ottobre 21, 2008; 00:55 )
L’intonaco del soffitto mi cade sulla fronte.
Reale, la realtà, ora che guardo il soffitto mi chiedo se ognuno se ne dipinga una in base alle proprie esperienze o ce ne sia una, prestampata, prefabbricata che ognuno debba scoprire e farsela propria. Seguendo la seconda ipotesi io ho fallito. Una moglie deve supportare e sopportare il proprio marito in qualunque caso. È il nostro compito, in nome dell’amore! Se l’amore fosse fatto di quello io me lo sono chiesta spesso. Quando lui arrivava sempre più stanco, più abbattuto da un lavoro che lo umiliava ma che era necessario svolgere per noi, noi. Io che i soldi non li vedevo mai, ci credevo lo stesso. Io che al cane, il pezzo di polpetta glielo davo di nascosto. E ora so che avrei dovuto nascondere pure lui. E non l’ho fatto, da disgraziata.Ma credevo fosse normale, un marito è un marito, l’amore è l’amore e io avevo scelto. Ormai era andata ed io avevo il dovere. Maritomartirio pensavo quando mi urlava addosso la sua ira, quando mi sbatteva la faccia a terra contro una mattonella sporca per farmi notare una distrazione, diventata per lui l’ennesima sfida.Ed ero mortificata per il mio fallimento e allora non dormivo pensando al piano di pulizie dell’indomani, pensando che al suo risveglio lui non trovasse qualcosa fuori posto, che i suoi vestiti fossero piegati sulla poltrona nel modo in cui voleva, che… che non mi svegliasse nel cuore della notte per urlarmi insulti, per farmi sentire cosi piccola da annullarmi. Ma quello era il mio lavoro, e dovevo farlo bene, lui aveva ragione e lui mi amava. Anche ora, mentre mi cade l’intonaco e mi acceca gli occhi mi dico che forse un po’di ragione ce l’aveva.Ma poi le cose pian piano sono cambiate, lui mi diceva che mi aveva, che non gli importava di niente che di noi, che il resto era cornice e che io ero i dipinti, ero gli sfondi, ero il capolavoro, e allora io cadevo, lì mi sgretolavo sulle sue labbra, e mi accendevo di soddisfazione e non potevo pensare di fargli un torto, con la mia inettitudine, e allora mi piegavo, al mio maritomaestro. E quando quel giorno io l’avevo accolto con una lettera d’amore e il suo piatto preferito lui non sapeva come reagire, dondolava di vergogna e di ferocia, annebbiato dalla rabbia, dalla frustrazione, e mi si arrampicava alle caviglie chiedendomi perdono come un bambino, e mi diceva che non ce la faceva più, che non mi meritava, che voleva il mio perdono e allora lo consolavo, stringendomelo addosso, e lui mi prendeva il seno e succhiava come un neonato e poi mi premeva la mano contro il suo sesso, già gonfio, ed io stupita, me la prendevo quella sua foga disperata, chiedendomi solo un poco il perché di quell’insensatezza. Non sapevo che alle parole della disperazione bisogna dare sempre un significato reale e non spartano. Quando lui mi saliva sopra a prendersi quello che in ruolo di marito era suo di diritto io non opponevo resistenza, ma aprivo la bocca, lo graffiavo e lo tenevo, lo dirigevo persino, ma quando lui mi guardava con quegli occhi allampanati io non potevo sapere delle sue intenzioni, di tutta quella tristezza strabordante, di quell’odio che aveva verso di me che ero troppo perfetta e troppo poco. Quando mi arrivava il primo pugno sulla gola mi mancava il respiro e gli occhi mi si facevano piccoli e a palla, non gridavo neanche lo stronzo che era, il male che mi faceva, al cuore e non alla gola, ma lui gridava, mi diceva che dovevo capirlo che la vita non è dolcezza e non è amore, che la vita è feroce, è una merda la vita, e mi infilava le mani nella carne e sentivo che ancora il suo sesso si faceva più duro, e mi dicevo che era un gioco, che era come in quelle trasmissioni, che adesso mi avrebbe messo le manette e mi avrebbe frustato, e invece piangeva e mi sferrava un altro pugno sul naso, sentivo un dolore infernale, sentivo l’inferno nelle sue mani, e sentivo le lacrime che mi affogavano e il sangue che mi colava sulle labbra. E quando sentivo la paura, sentivo l’errore, mio, di non averlo amato abbastanza, e con i denti rotti gli chiedevo perdono e lui alzava ancora di più la voce e mi prendeva a pugni il ventre e i seni e le braccia, come una furia, senza controllo, mi diceva di non parlare, di non fargli sentire la mia voce fastidiosa, mi diceva che non so fare niente, neanche ribellarmi. E io gli davo ragione, mentre tutta le ossa si sfasciavano sotto al suo tocco, e il cane abbaiava in un angolo, e lui che si alza da me per assestargli un calcio sul petto e poi sulla testa per fargli emettere solo un flebile cai prima di sfiancarsi nel suo cantuccio. Io penso che sia stato il suo destino, che è anche il mio, che abbiamo sbagliato entrambi.
Ho l’intonaco sui capelli, ho il sangue nella bocca, non sento più le braccia e respiro a fatica, una costola che mi trafigge un polmone o qualcosa di simile credo, rantolo e non voglio lamentarmi, non voglio guardarlo mentre si dispera affianco a me. Voglio accarezzargli la testa, voglio cacciarlo dentro al mio corpo morente, voglio metterlo al sicuro nel mio cadavere.
Ho sbagliato a crederci, ho sbagliato ad amare, ma forse no, forse era il mio destino.
Ora muoio, ma tu perdonami. Perdonati.
![]() EnalayaDeNoir; ; commenti (17)? ![]() ( martedì, luglio 29, 2008; 21:22 )
- fermate la giostra - le dita dondolavano stringendo il gelo del metallo. ogni nervo del corpo frusciava contro le ossa e contro la carne. sentiva il sudore attaccarsi ai vestiti e il sapore salato del sangue conquistare la gola. non riusciva a pensare a nient'altro che ai fiori di campo, al grano e agli alberi. visioni notturne di boschi e il cigolare di un'altalena. si chiedeva come mai non avesse paura vista la drammaticità della situazione. la visione a turbine delle genti che la guardavano, le grida strozzate e quel cigolare continuo dei ferri e il vento, quel vento immenso che le attaccava le lacrime alle ciglia e poi le unghie che si rompevano ad una ad una contro il ferro. si chiedeva che visione idilliaca si godevano quelli laggiu, alle tante orecchie che avrebbero ascoltato la tragedia di una giostra che si sfiancava contro la palude, il silenzio che rimaneva nel fumo, i corpi sanguinolenti, corpi piccoli, tranne il suo. non avere l età per lasciarsi in balia di un attrezzo di divertimento l aveva trovato sempre un' ingiustizia inutile e si ribellava a quella regola guidando per chilometri solo alla ricerca di un luna park che potesse esaurire la sua sete di infanzia. non era certo il suo unico interesse. c'erano anche le bambole di porcellana e i dolciumi. collanine di caramelle color pastello appese alle pareti come festoni di compleanno e pizzi bianchi e occhi vitrei abbandonati sul pavimento come biglie. era certo uno spettacolo psicotico. il mondo che si era creata, fluorescente e tetro, era lo specchio di un anima ancorata ad un mondo non vissuto ma mai veramente abbandonato. la corda sottile che la legava al sogno e alla speranza. il suo unico intento era quello di fermare il tempo per passare oltre senza avere lacune di alcun tipo. era cerebrale. architettava. non dormiva nemmeno piu in un letto. ma nella vasca da bagno.con l acqua calda. caldissima. bollente. il tanto che arrossava la pelle bianca e chiudeva forte gli occhi e si appollottolava contro la pelle. e cercava di non pensare a quanto potesse risultare miserabile tutto cio che stava artificialmente ricreando. la ricerca straziante e carnevalesca dell' utero materno. respingere conoscenze e amicizie per tutelare quel mondo di plastica e dolcezze era quel che le costava piu fatica, fisica: le fughe nella notte, lo sforzo immane di attaccarsi a menzogne improponobili, ridisegnarsi ogni volta completamente. era arrivata ad odiare quella bellezza sopraffina, le sue gambe lunghe e affusolate, le labbra piene e i capelli d ebano ricci come morbida paglia. una notte quei capelli carnivori se li era rasati. tutti. si toccava con stupore la pelle del cranio, cosi fine, cosi incrollabile. e con il coltello passava dagli occhi alle labbra a disegnare un sorriso beffardo, quasi grottesco. sapere di avere addosso il simbolo della felicità puerile la rassicurava e cosi, diceva -a se stessa- aveva il permesso di vedere allo specchio almeno qualcosa che poteva renderla allegra. diceva continuamente -a se stessa- che se avesse dovuto concedersi ad una convenzione adulta come quella del matrimonio, avrebbe indossato l abito bianco solo per raggiungere all altare un uomo vestito da pagliaccio, con tanto di parrucca di plastica, cerone e scarpe allungate. mentre moriva si chiedeva soltanto se ne fosse valsa la pena, se qualcuno del mondo avrebbe capito quella sceneggiata triste o se fosse rimasta solamente una patetica barzelletta da osteria. sentiva distintamente i bulloni della giostra svitarsi e cadere giu come il tintinnio che facevano gli occhi delle sue bambole. vedeva una carrozza svitarsi lanciarsi verso le luci della città e poi, poi era il suo turno, un altro giro di giostra e la carrozza era gia a terra nel fumo e nelle grida. vedeva anche il corpo di una madre e di sua figlia tra le braccia, il sangue e le interiora sgocciolanti contro i colori sgargianti. poi ancora il vuoto, il buio della notte. il grido lontano di ambulanze e vigili del fuoco che accorrevano per metterli al salvo. il rumore delle sirene l aveva sempre morbosamente affascinata, inventava storie di incidenti comici e rideva chiedendosi come sarebbe morta lei stessa. nelle grandi teorie quella di morire su una giostra era certo una delle piu assidue, come se infondo lo sapesse gia. fautrice segreta di una fine malata, seppur spettacolare. andava bene cosi. ma non pensava di certo che in realtà non sarebbe finita affatto cosi. che gli uomini con i camici e le tute luminose avrebbero fermato quell inferno di lucine e stridere d acciaio. eppure lo fecero. si ritrovo con una coperta grezza sulle spalle e una folla urlante e facce che volevano rassicurarla. ma non sentiva le loro parole, foderando quel momento di un silenzio atroce. aveva il battito cardiaco muto e pigro e gli occhi appesi al buco lasciato dalla carrozza volante. e poi i due lenzuoli bianchi insanguinati che coprivano i corpi senza vita delle uniche due vittime. cercava di ricordare il viso della bambina. non era bella -non di quella bellezza classica- ma l avrebbe tenuta con se, tra le sue bambole. forse quello che avrebbe dovuto fare era quello di creare una bambola che le somigliasse. l avrebbe riempita di sangue e l avrebbe tenuta con lei nella vasca. sarebbero diventate sorelle. avrebbe fatto cosi. decise che avrebbe condiviso la sua vita con il ricordo di una bambina morta e mentre rientrava a casa diceva -a se stessa- che avrebbe chiuso con le giostre. deludono.
la ricerca dello spettacolo perfetto della vita richiede una morte altrettanto miserabile. EnalayaDeNoir; ; commenti (12)? ![]() ( martedì, giugno 17, 2008; 19:57 )
Frasi sconnesse, pensieri variabili, stile confuso, l’amore, per te. E pensarti è come buttarsi su un materasso di erba e il soffitto è un cielo blu. Sei la mia dolcezza, mio amore. Le mie dita tra i tuoi capelli è la carezza del sogno di una notte d’estate. Sarà primavera tutti i giorni con il tuo buongiorno. La prospettiva futura non farà più paura se tu sarai con me. La salita è solo un divertimento se tu mi guiderai. La vita è una bellezza se la dividerai con me. Ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo Dolce fra mi hai trascinata in una cosa immensa. Odio non avere il controllo delle mie azioni. Odio la dipendenza dal tuo viso, dalla tua voce e dalla tua risata. Ma ti amo. Ti dono il mio cuore pulsante, grondante, fanne quello che vuoi. Ma tienimi con te. Chiudi gli occhi dolce fra. In questo mondo infame ci siamo solo noi, bellissime e dolcissime. Annegheremo di risate, ci faremo beffe degli uomini che non sanno amare, saremo lo specchio vivido di un mondo diverso. Mi alzo da questo letto, mi spoglio davanti allo specchio, ti immagino intensamente guardandomi negli occhi, li trasformo nei tuoi, ti vedo davanti a me, il tuo corpo nudo diventa il mio e viceversa. Siamo due anime uguali impresse nel vetro. Faccio l’amore guardandoci, ti strappo pelle cuore e anima. Me li mangio per averti di più. Mentre vengo grido che ti amo e poi mi accascio sorridente sul tuo corpo. Ho i brividi per quanto sento di appartenerti e mi chiedo che cos’ero senza di te. Un ibrido, un essere terrificante, mi hai reso una principessa. La completezza dei sentimenti è un regalo impagabile. Ma tu che cosa sei? Con i tuoi capelli fini, spesso sul tuo viso, come una tende che cela lo spettacolo da una finestra. E le tue labbra, due righe di bellezza, morbide e setose, da morirci su quelle labbra. Ed il pensiero che accompagna quella bocca, di quel che potrà dare, con le sue parole, la sua lingua, il suo tocco vellutato. E poi le tue braccia forti, possenti quanto il mondo, dove mi immagino protetta, in un luogo sicuro e confortante. Il tuo seno che non ami mostrare, dove muoiono i miei sguardi di innocenza e mi accendo di improvviso. Il tuo collo, che vorrei riempire dei miei baci e disegnarci con la lingua il mio amore per te.
Amo tutto di te, ogni frammento che ti rende tale, unica e fantastica. EnalayaDeNoir; ; commenti (12)? ![]() ( mercoledì, maggio 28, 2008; 23:11 )
Non credevo fosse così difficile quando lei me lo chiese, eppure l'avevo fatto tante volte per me stessa. Quella sua domanda mi sconvolse come non mi capitava da tempo. Niente mi stupiva più né m'orridiva né altrettanto mi entusiasmava e mi rendeva felice. Quando lessi nel suo sguardo quel percorso e quello stridere di membra mi sentii nuovamente viva. Ero certa di poterlo fare. Ci incontrammo nel solito caffé. Ero in ritardo come sempre e la bonaccia d'agosto mi rendeva il passo ancora più difficile. Mi sedetti composta e le sorrisi, com'ero solita fare ad ogni incontro formale che mi toccava subire. La sua fermezza e la sua calma mentre girava il caffé mi affascinava. Un muovere di polso lento, solo di polso, come un pianista, e le dita fini appese al cucchiaio. Gira, gira, tre tintinnii contro la tazzina di porcellana. Il metallo convesso nella sua bocca sottile e l'attrezzo depositato senza rumore sul piattino. Ordinai l'acqua per reidratarmi, la sbronza del giorno prima mi aveva bloccato la regolare salivazione. Mi parlava di stronzate per introdurre un dialogo più serio che ci avrebbe portato alla fatidica domanda ed io non le donavo la dovuta attenzione concentrandomi piuttosto sull'uomo che pochi tavoli più in la vendeva delle rose sul punto di appassire. Lo trovavo ridicolmente simbolico. Ma non mi ci persi più di tanto perché le stronzate finirono quando lei si bloccò per guardarmi con quell'arresa disperazione che l'aveva portata a me. Mi ricomposi e finalmente l'ascoltai. La sua voce era delicata e ferma come quella che cercavo. Non volevo niente di teatrale, avrebbe rovinato tutto in quel colloquio elegante. Non credevo volesse farlo così. Avevo studiato per lei qualcosa di più romantico, in stile vittoriano. Ma il contrasto tra i suoi modi fini e la richiesta mi intrigava. La salivazione tornò come un abbaglio. Mi piaceva quella donna e anche se le sue ragioni non erano prettamente da me condivise decisi di accettare la sua richiesta. Sarebbe stato sicuramente un capolavoro. E lei sapeva bene di aver trovato in me, nella dura figura nera dai riccioli increspati, il suo angelo misericordioso. Il limone si frapponeva tra me e l'acqua e la sua acidità mi permise di non sognare troppo su ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Lei finii il suo caffé e mi guardava. Non sorrideva più e sapevo bene il perché. Era la parte più delicata ma il momento che più si gusta, il prima. Mentre lei pagava io mi sistemavo la gonna, i collant con quel caldo si erano attaccati alle mie pallide cosce per un martirio lento. I clienti ci guardavano. Quando uscimmo le offrii una sigaretta e la lasciai gustarsi quel momento. Sapevo bene che qualsiasi cosa le dicessi le passava accanto come vento e che la sua poesia era ad un livello che io, solo col ricordo, potevo raggiungere. Di tanto in tanto la guardavo, cercavo di rapirle qualcosa e stranamente ci riuscii. Me l'aveva donato. Mentre il filtro giallognolo si infilava in quella linea rosa delle sue labbra e lei aspirava aveva volto un sorriso, al futuro, e mi aveva concesso di prenderglielo. Salimmo dalle scale esterne del palazzo, dovevo far attenzione che i tacchi non mi si infilassero nella pavimentazione forata. Lei non mi guardava più. Il suo studio era grande, un loft in grande stile, minimale e piatto. Le sue tele erano abbandonate ai lati, scarabocchi meravigliosi li impreziosivano. Poi alla parete di fronte una grande tela vergine. Capii subito che voleva farlo lì. Un raggio di sole filtrava dalla vetrata appannata e illuminava la sua figura che con movimenti lenti e aggraziati si privava delle vesti. La camicia azzurra. La gonna a tubino blu scuro. Le autoreggenti color sabbia. Le décollete nere. La collanina di perle. Il reggiseno nero abbinato al perizoma. Saperla sensuale e perfettamente depilata aggiungeva al tutto qualcosa di divino. Tirai fuori dalla borsa i guanti di pelle nera e mi accesi una sigaretta. Lei prese un pennello nero e fece una scritta sulla tela, in cima. Mi presi tutto il tempo necessario per prepararmi all'evento, pregustando quell'estasi tra le labbra rosse. Lei si mise a gambe incrociate in tipica posizione da meditazione e chiuse gli occhi. La tela dietro di lei, così bianca, le donava. Ma non c'era più tempo da perdere, un secondo in più e non ci sarebbe stata più la luce giusta né il ritmo perfetto. Lei aprì gli occhi verso di me, prese fiato e si toccò il punto del terzo occhio. Poi fece un cenno con il capo. Tirai fuori Fidèle, la mia rivoltella personale. L'avevo sempre preferita alle semi-automatiche inaffidabili e ciacerone. Le trovavo sgraziate e volgari. Premetti il grilletto e immaginai quella serie di leve e molle far girare l'intero tamburo, fino a che la munizione trovi il giusto allineamento al percussore e alla canna. . Bang!
Una tela bianca con un corpo perfetto, solo la testa sfracellata in carne, sangue e fumo lieve lieve. Una gran bell’aureola per un angelo sfasciato. Una pennellata nera, sopra: "La morte di un artista è il suo ultimo capolavoro" EnalayaDeNoir; ; commenti (23)? ![]() ( venerdì, aprile 25, 2008; 16:41 )
Si è parte realmente di un luogo quando si ha la magica necessità di estraniarsene.
EnalayaDeNoir; ; commenti (5)? ![]() ( lunedì, marzo 24, 2008; 16:18 )
Mi ritrovo in una nuova stanza. Le mura sono strette e oscurate e coperte da scritte disegni e graffiti. Ma non colorati. Tutti inconfondibilmente neri da apparire una serie di ombre scalcianti. Ho dormito troppo oppure sto andando in torpore. La saliva è una pasta che fa fatica ad emergere e quando la spingo in superficie si incrosta ai denti come un mostro. Giro su me stessa lentamente alzando le braccia. Le dita sembrano toccare le mura e la musica. Vedo la scia color pelle che lasciano e le unghie che toccano le corde di un pentagramma. Galleggio.
Mi spingo a camminare per capire dove sono, dove sono finiti gli altri. Ho paura che siano stati risucchiati nel vortice fluo che c’era al centro della stanza precedente. Ho voglia di vomitare ma il pastone che ho in bocca crea una barriera invalicabile. Quando cammino fluttuo, i miei piedi sono spariti e le mie gambe sono più corte di come le ricordavo. Mi avvicino al bancone rotondo con gli occhi fuori dalle orbite e le persone vicine a me si scostano come tende al vento. Una donna vestita tutta di rosso con gli occhi bianchi mi guarda e ride. Tira fuori la lingua in atteggiamenti erotici provocandomi un’erezione clitoridea che mi spinge a chiudermi ancora più in me stessa. Quando rialzo la testa lei è sparita lasciando dietro di sé un odore di putrefazione quasi dolciatro.
Mi accascio sul bancone e allungo il braccio cercando dell’acqua. La trovo nel vaso di vetro che ospita un’edera rampicante che va a finire sul soffitto basso. Me la riverso in gola ed è gelida, poi calda nello stomaco. Penso sia veleno. Affranta al pensiero di morire senza prima aver scritto quella lettera e senza aver organizzato io stessa la mia morte barcollo alla ricerca di un cantuccio solitario dove spirare come una cagna. Il corridoio è bianco e largo. Potrebbe non sembrare un corridoio, ha le mattonelle, mattonelle ovunque. Vedo un viso davanti a me ed è una mattonella anche quella. Lo lascio passare e continuo a fluttuare. La prima stanza non ha porte, solo piccoli vermi a testa in giù che formano un divisorio. Ho sempre odiato i vermi. Procedo e la seconda stanza ha una porta d’ebano. Provo ad aprirla ma sembra chiusa. Poggio le mani al legno nero e cerco di spingerlo fino a vedere un campanello e la scritta “suonare”. Schiaccio il pulsante morbido. È una mashmellow rosa, sento al tatto quel sapore dolce e chimico. Un tac e la porta si apre come una galera. Il pavimento è di cristallo puro spaccato qua e là. Posso vedermi rispecchiata e ho la testa fine e pallida. Sento il calore risalire dallo stomaco, diventa freddo, s’annida sulla lingua. Vomito una sostanza appiccicaticcia blu elettrico che mi si attacca ai vestiti. È il veleno. D’improvviso un’ombra. La guardo. Riconosco Lui dall’altra parte del muro, gioca con una palla verde acido e si accarezza i capelli neri con le dita in un eden magnifico. Corro per raggiungerlo ma sbatto la fronte contro una parete. Ci sono delle fotografie appese. Animali uomini e oggetti seviziati. Non sono disgustata, guardo il tutto con una meraviglia riservata ai bambini. Sento tutta questa magnificenza colonizzarmi l’anima e tutto questo mi toglie le forze. Mi butto sulla poltrona a fiori e chiudo gli occhi. Sento ancora quell’odore di putrefazione. Vorrei non fosse mia e riapro gli occhi. La donna con il vestito rosso è seduta a gambe divaricate su di me, ha il vestito sollevato e ridendo mi sta fottendo. Le tocco un seno ma questo si sgonfia come un palloncino, marcisce al mio tocco. Lei ride e mi scopa ancora. Da una cinghia estrae una siringa e me la infila dritta nella carotide. Ho un orgasmo violento mentre lei mi pugnala anche il cuore.
Il liquido blu è diventato viola e mi cade sul mento, lento. Lento come la morte che mi sta raggiungendo. Quando giunge sto guardando il soffitto. Ci sono nuvole luce e angeli bellissimi.
È ora di tornare.
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« Io sono il lungo ritorno a casa in macchina al buio, sotto la pioggia, io sono decenni e decenni di corse fatte e vinte e perse e corse di nuovo e io sono me stesso seduto con in mano un'programma e le liste di partenza. »Charles Bukowski « Dato che noi non siamo calzini, ma persone, non siamo qui con il fine principale di essere puliti. I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire pur di stare dietro a un proprio desiderio. Si fa la schifezza e poi la si paga.E solo questo è davvero importante: che quando arriva il momento di pagare uno non pensi a scappare e stia lì, dignitosamente, a pagare. Solo questo è importante. »Alessandro Baricco « Perché forse ci manca quell'andare silenzioso totalmente libero, quel deambulare, perplesso, magari losco, eppure così naturale, così necessario, quel fottersene del tempo meteorologico e di quello irreversibile dell'orologio. Chi di noi non ha sentito il desiderio di accasciarsi per strada, come marionetta, gambe larghe sull'asfalto, testa reclinata sul guanciale di un muro? E lasciare al fiume il suo grande, impegnativo corso. Venirne fuori, venirne in pace. Tacito brandello di carne umana sul selciato dell'umanità. »Margaret Mazzantini « Passi tutta la tua vita a diventare Dio e poi muori. »Chuck Palahniuk « (...)o diventi come me che sono debole, che non ho regole, che ho roba demodè, che detesto il chiché dell’uomo che non deve chiedere mai, dato che se non chiedi non sai, dato che adoro Wharol e Wilde, dato che se mi cerchi mi troverai nel viavai di un gay pride, ma sappi che se mi provocherai sono guai, Dottor Jackill diventa Mr Hide(...). »Caparezza amo
me ; Francesca ; il nostro cane India ; un buon libro ; le belle chiacchierate ; fare l'amore ; veder allacciare le scarpe ; il vino ; la pioggia sulla lingua ; la via lattea ; la pizza del panettiere sotto casa ; come mi guarda lei ; arredare casa ; le belle fotografie ; la birra ; il vino ; il teatro ; cantare ; i complimenti ; l'eccentricità ; l'arte in genere ; la sincerità ; l'amore senza paure odio
me ; la discriminazione ; le ingiustizie ; la mia accidia ; la neve sporca ; il cotone appena lavato ; le porte aperte ; le scarpe in casa ; chi brinda senza guardarti negli occhi ; i profumi forti ; chi fa il pazzo in macchina ; il ritardo degli altri ; la banalità ; la paura ; la politica demagogista ; i cocktail annacquati ; gli spinaci ; le scottature ; la sindrome pre-mestruale wishlist
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